Voce e viaggio nella fiaba di Pinocchio

La fiaba di Pinocchio è una delle fiabe italiane più famose, con questo burattino dall’aspetto legnoso e dal cuore bambino.

Di legnoso pinocchio ha anche la tenacia e testardaggine dell’infanzia, ma come lo incontriamo la prima volta? La storia comincia da un pezzo di legno che di diverso dagli altri ha solo la voce. Solo. Pinocchio parla. Non solo ha voce, ha la parola. Quest’aspetto introduce alla grande magia di questa fiaba perché un pezzo di legno attraverso la parola mostra una coscienza di sé e un desiderio di relazione che normalmente non concepiamo per il mondo naturale. Pinocchio è fiaba nel momento in cui rende più vicino a noi l’elemento naturale del sentire unito alla parola. È pienamente infanzia, a metà tra il mondo degli uomini e il mondo naturale, metafora di una natura legnosa del cuore che appartiene un po’ a ognuno di noi.

illustrazione di Emma Bacca

Di nuovo la fiaba usa le immagini per parlarci per raccontarci un’interiorità. La natura bambina di Pinocchio e il suo grande cambiamento nel corso della storia la conosciamo poi dentro i suoi dialoghi. Incontriamo e conosciamo l’indole e il cuore del burattino non dentro tagli introspettivi della storia, ma attraverso le sue azioni, le sue scelte e i suoi rimpianti espressi in lunghi monologhi in cui emerge tutto l’apparato interpretativo che caratterizza l’infanzia. L’ironia e la comicità delle situazioni donano un taglio sempre più realistico e fiabesco allo stesso tempo, portando la realtà al suo limitare più grande, quello dell’altrove. Pinocchio vive nel mondo della realtà dove però emergono personaggi e metamorfosi che dialogano con il destino di questo giovane ed errante burattino.

L’altrove è Pinocchio stesso, metafora di un’infanzia che spesso si percepisce “altro” dalla dura realtà quotidiana dell’adulto e che riporta il lettore allo sguardo di destino che nella realtà esiste. Serve un burattino che parla per riprendere il viaggio della vita e vedere adulti che aderiscono a questa “chiamata” a partire. Geppetto non starà a casa ad aspettare il ritorno del figlio, ma partirà all’avventura, perché solo un viaggio risponde alla ricerca, come Gerda1 che lasciandosi trasportare dalla barca sul fiume, accoglie anche lei la propria “chiamata”.

illustrazione di Emma Bacca

Il mondo intero e la vita reale diventano quindi viaggio iniziatico verso il destino, il fiabesco irrompe nella realtà con i suoi archetipi e le sue promesse, di cui ognuno dei personaggi fa parte, dalla fata turchina nel suo crescere e mutare sembianze, fino al gatto e la volpe che sul finale rivelano essere maschere di se stesse, rovinate dai propri inganni.

Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli d’una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll’accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella trista ladracchiola, caduta nella più squallida miseria, si trovò costretta un bel giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la comprò per farsene uno scacciamosche.

— O Pinocchio! — gridò la Volpe con voce di piagnisteo — fai un po’ di carità a questi due poveri infermi!

— Infermi! — ripetè il Gatto.

— Addio, mascherine! — rispose il burattino. — Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ripigliate più.

Di questo e molto altro parleremo alla serata formativa su Pinocchio, perché la ricchezza di questo testo emerga nel corso del la storia, seguendo i passi di questo piccolo burattino e del suo babbo (papà).

  1. della fiaba “la regina della neve” di H.C.Andersen ↩︎